Articoli di ‘Portofino’

Primavera 1953: su una Renault rossa fa il suo ingresso a Portofino lo scrittore Truman Capote, accompagnato da Jack Dunphy – suo compagna di vita – e da una rumorosa coppia di cani.
Insieme affittano un appartamento sopra il Ristorante Delfino, all’ultimo piano e con un gran terrazzo, e vi restano fino alla fine d’ottobre.
Nato a New Orléans nel 1924. quando si concede questa lunga vacanza, Truman Capote è già un personaggio affermato, noto in patria per le sue doti di brillante scrittore, e poi per la sua vita sregolata e trasgressiva.
Ha esordito nel 1948 con il romanzo “Altre voci, altre stanze“, seguito l’anno successivo da una raccolta di racconti intitolata “Un albero di notte” e, nel 1951, dal romanzo “L’arpa d’erba“. Inoltre ha già scritto per il teatro e per il cinema.
A Portofino si reca con l’intenzione di lavorare con calma alla sceneggiatura di “House of flowers” e, al tempo stesso con il progetto di tentare di scrivere di nuovo dei racconti.
Non poche sono però le distrazioni a fargli “sciupare” gran parte dell’estate.
Convengono, quasi contemporaneamente, nel borgo di Portofino una schiera di amici e di celebrità.
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Portofino non fu, almeno fino all’ultimo conflitto mondiale, una stazione climatica in qualche modo paragonabile alle vicine Rapallo e Santa Margherita.
Esistevano un paio di importanti alberghi, ma la presenza di facoltosi residenti stranieri era limitata e, in genere, legata alla costruzione o al restauro di dimore signorili o ad occasionali soggiorni in queste ultime.
Nella primavera del 1870 Lord Henry Herbert, quarto conte di Carnarvon, partendo da Santa Margherita Ligure giunse per la prima volta a Portofino a dorso di mulo, attraverso il sentiero di Nozarego.
Il nobile inglese era un brillante politico, discendente di una antica famiglia di Newbury. La sua fama di statista era legata, in particolare, alla stesura del British North America Act, la legge con la quale il Parlamento britannico, nel 1868, aveva concesso l’autogoverno al Canada.
Il Conte acquistò ampi apprezzamenti di vigneti e uliveti, in particolare lungo il crinale della collina in corrispondenza dell’inizio della penisola di Portofino.
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Don Giovanni d’Austria, figlio naturale di Carlo V, fu il grande ammiraglio che nel 1571 sconfisse a Lepanto la flotta turca. Oltre ai Veneziani, ai Genovesi e ai Pontifici ebbe come alleati i venti, prima il maestrale che spinse le sue galee contro quelle nemiche, poi lo scirocco che impedì alle musulmane di attaccare.
Non altrettanto fortunato con il vento fu, tre anni dopo nel 1574, quando, per incarico del Re Cristianissimo Filippo Il, suo fratellastro, doveva recarsi da Napoli a Genova per sedare i contrasti sorti fra la nobiltà vecchia e quella nuova per il governo della città.
Fu bloccato infatti dal vento contrario a Portofino e fu ospite della Cervara con onorevoli accoglienze.
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Maria de’ Medici, figlia del defunto granduca di Toscana Francesco I de’ Medici, aveva ventisette anni quando la ragion di stato determinò Ferdinando, suo zio, a concederla in matrimonio al quarantasettenne Enrico IV di Borbone, re di Navarra (dal 1572) e di Francia (dal 1579).
Papa Clemente VIII aveva annullato il primo matrimonio del re con Margherita di Valois perché quest’ultima, che peraltro, non era riuscita ad avere figli, confessò di averlo contratto per forza.
Sposata con il re di Francia a mezzo della procura de Bellegarde, ambasciatore a Firenze, dal cardinal Pietro Aldobrandino, nipote del Papa, Maria s’imbarcò il 13 di ottobre a Livorno su di una superba galea scortata da altre sei del granduca, cinque del pontefice e due dei Cavalieri di Malta.
Le galee trovarono vento scarso e non favorevole; dovettero prima dirigersi verso l’isola della Gorgona e poi puntare sul levante della costa ligure.
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Lo scrittore politico francese, che viaggiò a lungo in Europa per osservarne istituzioni e costumi, fu anche a Genova che non giudicò affatto bene.
Certo la Superba che si accaniva per mantenere il dominio sulla Corsica, piccola isola ribelle, era la stessa che aveva rinunciato a scoprire e a conquistare l’America e che, nel secolo dei lumi, non aveva neppure una strada per la Toscana.
Per raggiungere quel granducato bisognava viaggiare per mare; via terra, con i muli, era oltremodo pericoloso non solo per il rischio di precipitare da qualche passaggio scosceso degli Appennini, ma anche per quello di essere aggredito dai briganti, frequenti un po’ dappertutto su quelle montagne.
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Nell’estate del 1853 Richard Wagner viveva per la prima volta a Genova l’esperienza mediterranea.
Era entusiasta della città, dei suoi dintorni, della gente, dell’atmosfera. Lo sappiamo da una lettera da lui scritta alla prima moglie Mirina Wagner: “C’erano alti gli oleandri in fiore, le notti erano divine”.
Dalla spianata di Castelletto il panorama del golfo era stupendo: a levante, possente, il monte di Portofino, a ponente la riviera fino ai lontani monti di Francia.
Ma, come spesso accade d’estate, il tempo, che da alcuni giorni era stato splendido, cambiò.
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Innamorato della bellezza di Portofino, della Riviera Ligure e, in particolare proprio, della Baia di Portofino, Alfred Noak dedicò gran parte della sua vita a immortalarla nella fotografia.
Fu un vero principe di quest’arte, allora ai primordi, e siamo a lui debitori di tante vedute di Santa Margherita Ligure e di Portofino.
Egli era originario di Dresda, la splendida capitale della Sassonia, chiamata, come è noto, la Firenze del Nord, città che fu completamente distrutta da bombardamenti aerei degli Alleati l’ultimo giorno della seconda guerra mondiale.
Alfred Noak era quindi amante dell’arte e, come scrive Giuseppe Mercenaro, “… egli portò nell’esplorazione della Riviera la sua formazione. L’occhio si era nutrito della cultura della città d’origine dove pittori, anche veneti, come Bernardo Bellotto, ritraevano la città, i suoi ponti, i suoi parchi sotto un aspetto quasi fotografico …. in Noak il clima e i risultati artistici di Dresda si leggono nel paesaggio della Liguria”.
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“La patria è nei luoghi dove l’anima è incatenata” scrisse Voltaire, il grande pensatore francese. Federico Nietzsche ci conferma questa affermazione e ci dimostra come ci sia un nesso profondo tra i luoghi che hanno ispirato artisti e intellettuali e le loro opere.
Nel suo “Ecce homo” egli definì Portofino un piccolo dimenticato universo di felicità.
Il fascino magico di Portofino è mi sogno da svegl!
Non molti sanno che qui egli scrisse a Portofino buona parte del suo “Also sprach Zarathustra” (Così parlò Zarathustra).
Qui, quando fa l’apologia della voluttà e della sensualità, ci descrive il promontorio in questi termini: “In sogno, in un ultimo sogno mattutino, mi trovavo su un promontorio, al di là del mondo, tnevo una bilancia e pesavo il mondo”.
Del suo soggiorno a Portofino, che coincise con uno dei periodi più importanti della sua vita, esistono poche tracce, e quelle poche dovute alla sua penna in alcune lettere e in un memoriale.
La prima parte dell’opera sopraccitata nacque nel 1883 «nell’insenatura preziosa e quieta di Rapallo, intagliata tra Chiavari e il monte di Portofino».
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