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Friday, 29 May 2009

Gli scrittori britannici del novecento in Liguria.

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Appena si concluse la bufera napoleonica, la Liguria ricominciò ad essere percorsa da carrozze di viaggiatori britannici diretti verso le più tradizionali mete dei Grand Tour: le grandi città del Rinascimento italiano e le rovine della civiltà classica. 

Almeno fino alla metà del secolo XIX la maggioranza degli inglesi che si determinavano a visitare l’Italia, difficilmente sceglievano la Riviera italiana come meta principale del proprio viaggio. 

Esistono tuttavia  illustri eccezioni di viaggiatori che, durante i primi anni della Restaurazione, si diressero verso Genova, Portofino e la Liguria, decidendo di sfidare le strade ancora poco confortevoli. 

«Insieme ad altri viaggiatori dovemmo affrontare salite ripidissime, percorsi accidentati, frequenti interruzioni …. Tutti i rischi e i timori sofferti vengono tuttavia ricompensati dalla magnifica vista che si può godere da quell’altezza: la prima visione di Genova e del Mediterraneo da quel punto non lascia spazio al rammarico». 

Così, nel 1821, Lady Sidney Morgan, nella foto,  descrive l’impegnativo attraversamento dell’Appennino ligure. 

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L’anno seguente Lord Byron, nella foto,  prenderà in affitto Villa Saluzzo ad Albaro, soggiornandovi fino al luglio del 1823, prima di partire per la sua ultima avventura, unendosi alle milizie greche insorte contro la dominazione turca. 

Cinquant’anni dopo lo scrittore americano, ma naturalizzato britannico, Henry James, dopo aver visitato Genova, si diresse in pellegrinaggio verso La Spezia alla ricerca dei luoghi amati da Byron e Shelley. Giunto a Portovenere, James, imbattutosi nella lapide commemorativa dell’attraversamento a nuoto dei Golfo da parte di Byron, annoterà causticamente: “L’episodio è interessante, sebbene non in maniera eccessiva, poiché Byron sfidava sempre qualcosa. 

Diversa e più partecipata la sua reazione nei visitare San Terenzio: «Il posto è solitario, logorato dal sole, dalla brezza e dalla brina, e molto vicino alla natura, proprio come doveva essere la passione di Shelley». 

Genova – come anticipato – ospitò nell’inverno 1843-44 lo scrittore Charles Dickens, nella foto.

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Il primo impatto del romanziere vittoriano con la sua nuova residenza italiana non fu troppo entusiasta: «Mi trovo in una vecchia tenuta sconquassata, la più solitaria, arrugginita, stagnante che tu possa immaginare. Che cosa non darei perché tu potessi solo dare un’occhiata ai cortile! Lo contemplo ogni volta che passo vicino a una finestra che guarda da quel lato della casa perché la stalla è così piena di insetti e sciami che mi aspetto sempre di vedere la carrozza uscirne trascinata di peso da legioni di laboriose pulci perfettamente bardate, per proprio conto». 

Ma a Dickens Albaro riservò anche «Superbe emozioni» (quando vedo il tramonto sull’azzurro Mediterraneo») e allegria e divertimento: «Abbiamo un paio domestici italiani nella nostra tenuta: sentirli rivolgersi ai nostri servi con estrema foga e loquacità genovese, e i nostri servi rispondere loro con fluentissimo inglese (ad alta voce come se gli altri fossero più che altro sordi anziché italiani) è una delle cose più ridicole possibili». 

Oscar Wilde, nella foto in base, visitò Genova in due occasioni, a distanza di più di vent’anni: una prima volta durante le vacanze universitarie nella primavera del 1877, insieme ad alcuni colleghi e a John Pentland Mahaffy, suo docente a Oxford. 

Durante questa visita, nel corso della settimana santa, Wilde ebbe occasione di recarsi a visitare la Galleria di Palazzo Rosso, dove ammirò il San Sebastiano di Guido Reni, opera da lui conosciuta ed amata attraverso la lettura dei saggi di Ruskin. 

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Il soggiorno genovese venne immortalato nella poesia Sonnet Written in Holy Week at Ge- noa. Molti anni dopo, nel 1899, durante un soggiorno in Riviera, ormai esule dalla Gran Bretagna dopo la condanna per omosessualità, fece una sosta a Genova per fare visita alla tomba della moglie Constance, che vi era morta l’anno prima. 

La Toscana e il Golfo della Spezia erano stati patria d’adozione per lo scrittore di origine irlandese Charles Lever, che aveva ottenuto la nomina a console britannico in città nel 1857. Lever fu tra i primi scrittori a cogliere il nascente fenomeno della villeggiatura in- glese in Italia che, con il completamento dell’Unificazione e il rapido ramificarsi delle ferrovie, coinvolgerà oltre all’aristocrazia anche la borghesia vittoriana. 

Scrittore prolifico di genere farsesco-picaresco, rimase profondamente legato alla Liguria di Levante, Portofino in primis, rimpiangendola amaramente dopo il suo trasferimento al consolato di Trieste. 

Anche nel corso dei Novecento Lerici e le Cinque Terre furono amate dai villeggianti inglesi che continuarono ad associarla alla presenza di Shelley; tra questi ricordiamo David Herbert Lawrence che in una lettera del 1914 così scrisse: «Vi sono molti inglesi sulla collina – anche un cappellano – quindi siamo sempre fuori per il tè, oppure riceviamo visite. Il che è assai strano per noi». 

Poco distante da Lerici, ad Aulla, il pittore Aubrey Waterfield insieme alla moglie, la giornalista Lina Gordon Duff Cordon affittò l’antico castello dei Malaspina. 

I Waterfield si innamorarono dei severo maniero ai punto da acquistano alcuni anni dopo.

Lawrence e Waterfield furono buoni amici, frequentandosi assiduamente, soprattutto in quel periodo di vicinanza in Italia, alla vigilia della prima Guerra mondiale. A Rapallo e Santa Margherita Ligure, il poeta William Butler Yeats, ormai affermato vate della rinascita del sentimento nazionale irlandese, vivrà alcuni inverni, tra il 1928 ed il 1930, in un appartamento di via delle Americhe a Rapallo, traendo spunto dal paesaggio dei Tigullio per l’ambientazione di alcune celebri liriche.

Qui verrà in contatto con il celebre caricaturista e critico letterario Max Beerbohm, che vi si era trasferito dal 1910.

Portofino, un mondo a parte.

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