
A differenza delle altre colonie britanniche in Liguria, la storia della comunità genovese ebbe un’origine del tutto indipendente dallo sviluppo del soggiorno invernale d’élite di metà Ottocento, rimanendo principalmente correlata all’insediamento di attività industriali, commerciali e finanziarie britanniche in città.
L’esperienza genovese non fu dissimile da quella di altre colonie britanniche in Italia, quali Livorno, Napoli, Palermo e Marsala: comunità composte principalmente da commercianti, industriali ed agenti marittimi che iniziarono a stabilirsi in Italia immediatamente dopo la fine delle guerre napoleoniche.
Durante tutto il medioevo, e per parte dell’età moderna, il Mediterraneo era stato un’area di dominio commerciale per Genovesi e Veneziani; tra il 1600 e il 1700, tuttavia, il progressivo declino militare delle due repubbliche aristocratiche, accompagnato da un più lento declino economico, aveva reso possibile l’insediamento di “nuovi” mercanti e “nuove” potenze commerciali.
Nel 1714, la pace di Utrecht sancì ufficialmente l’ingresso della Gran Bretagna nel Mediterraneo.

Con la sottoscrizione di questo trattato le potenze europee avevano riconosciuto la sovranità inglese su Gibilterra e Minorca; da questa data la penetrazione della marina britannica nel Mediterraneo crebbe per tutto il Settecento. Persino durante l’età napoleonica, con l’incontrastato potere francese sul continente, Malta e la Sicilia rimasero capisaldi della Marina di Sua Maestà.
NeI corso del decennio di protettorato britannico sulla Sicilia, per iniziativa delle famiglia Woodhouse, Ingham-Whitaker, Gray, Corlett e Hopps si svilupparono alcune delle più importanti aziende vinicole dell’isola; in particolare furono queste “dinastie del vino” le artefici della creazione dei grandi bagli di Marsala, nati per supplire la carenza di sherry e brandy spagnolo, venuti a scarseggiare a causa del blocco continentale imposto da Napoleone alla Gran Bretagna.
Più a oriente, alle pendici dell’Etna, i discendenti di Nelson, i Bridport, divenuti duchi di Bronte, si infeudavano nei loro nuovi domini che avrebbero mantenuto per oltre un secolo e mezzo.
Livorno, o Leghorn, era il porto franco del Granducato di Toscana, voluto dai Medici, e potenziato dai Lorena. Qui ogni comunità straniera poteva liberamente esercitare commerci organizzarsi e professare il proprio credo e, non a caso, fu proprio a Livorno che, nel 1845, fu edificata la prima grande chiesa anglicana in Italia, St. George’s, costruita grazie ai contributi raccolti dalla fiorente comunità di mercanti e farmacisti inglesi della città.
La comunità inglese di Napoli si sviluppo principalmente a partire dal 1734, anno in cui Carlo di Borbone divenne il nuovo re delle Due Sicilie. La città aveva una articolata comunità straniera, composta da un lato da mercanti, medici e farmacisti, dall’altro da aristocratici che vi si erano trasferiti, attratti dalla dolcezza del clima e dalle sensazionali scoperte archeologiche di Ercolano e Pompei.

Gli inglesi avevano avuto intensi rapporti commerciali e diplomatici con Genova fin dal medioevo; un nobile genovese, Orazio Pallavicini, ebbe addirittura il privilegio di diventare banchiere personale, consigliere e diplomatico di Elisabetta I, che lo ricompensò per i servigi resi con il titolo di Sir.
Nel 1776 fu aperto in città il primo consolato britannico.
La comunità, che si sviluppò nel corso di tutto l’Ottocento, annoverò numerosi titolari di importanti imprese nel settore industriale, bancario, assicurativo, marittimo e commerciale, che ebbero un ruolo determinante nello sviluppo dell’economia genovese a cavallo tra XIX e XX secolo.
L’apertura del Canale di Suez, nel 1869, segnò per l’economia marittima britannica l’inizio di un’epoca di assoluta centralità del Mediterraneo, divenuto via privilegiata per la rotta commerciale tra Gran Bretagna e India.
Nel corso della seconda metà dell’Ottocento, in campo industriale sorsero a Genova numerose officine siderurgiche e meccaniche di proprietà britannica: erano imprese che producevano principalmente componenti marittime, ferroviarie e caldaie a vapore, ma talvolta anche navi a vapore di piccolo tonnellaggio.
Per lo più queste imprese non sopravvissero ai loro fondatori, generalmente venendo assorbite o liquidate, al volgere del secolo, con la scomparsa di questi pionieri dell’industria meccanica e siderurgica anglo-genovese.
Un’eccezione di rilievo merita tuttavia la ditta Taylor & Prandi, fondata a Sampierdarena nel 1846, grazie ad un interessato finanziamento dal governo piemontese.

La ditta si occupò fin dal suo esordio della produzione di «macchine meccaniche ed altri utensili» necessari per la costruzione della ferrovia Genova-Torino. Dopo il ritiro dall’impresa dell’ingegner Philip Taylor nel 1853, lo stabilimento venne assegnato allo Stato, e successivamente trasformato in società in accomandita guidata da Giovanni Ansaldo, da cui le officine presero il loro nome definitivo.
La prima fabbrica inglese della città fu la fonderia Edwards & C., inaugurata in località Borgo Pila nel 1843; tre anni più tardi, a Sestri Ponente, veniva fondato dai fratelli Westermann di Manchester un importante cantiere navale. Nel 1851 Thomas Robertson aprì a Sampierdarena una grande officina siderurgica che dava lavoro a circa 400 operai, producendo ruote idrauliche, turbine e macchine idrodinamiche.
Nelle officine Robertson si impiegarono due scozzesi, Alexander Maclaren e John Wilson, che nel 1862 avviarono una propria attività indipendente. Lo stabilimento, che nel 1874 contava già 80 dipendenti, produceva macchine a vapore fisse e marine, materiale ferroviario e componenti di ghisa.
Nel campo finanziario e commerciale, alcuni abili uomini d’affari britannici e svizzeri avviarono in città importanti attività bancarie: tra questi Charles Gibbs, William Granet, Emile De la Rue, Frederick Yeats-Brown e Edward Algernoon Le Mesurier si inserirono nel circuito delle principali imprese bancarie e finanziarie genovesi.
Queste famiglie non erano semplicemente unite da stretti rapporti ed interessi commerciali, ma avevano intrecciato legami di parentela sia tra loro, sia con la borghesia genovese. La prima banca straniera operante in città venne fondata dalle famiglie De la Rue e Heath, che curarono a lungo gli interessi finanziari di Raffaele De Ferrari duca di Galliera.
La società bancaria con maggiore longevità e fortuna commerciale fu probabilmente la Banca Granet & Brown, fondata nel 1864, con sede in Strada Nuova, l’odierna Via Garibaldi, forse una delle vie più emozionanti del mondo.

Soci fondatori furono William Granet, Frederick Yeats-Brown e Algernoon Le Mesurier; l’istituto di credito ebbe fin dalla sua fondazione svariati settori di operatività in campo assicurativo, marittimo e minerario.
Tra gli investimenti più fruttuosi della banca inglese vi fu certamente l’acquisizione, nel 1888, dell’intero capitale sociale della compagnia di navigazione La Veloce, che in quei decenni si era accaparrata un posto di primo piano sulla rotta verso il Sud America, particolarmente redditizia grazie all’aumento di emigranti.
La Banca Granet & Brown operò fino al 1909, anno in cui fu posta in liquidazione.
La famiglia Yeats-Brown si era trasferita a Genova nel 1840, quando Timothy Brown era stato nominato console in città.
In precedenza i Brown avevano risieduto per alcuni anni a La Spezia e all’isola della Palmaria, dove i fratelli Montague e Frederick trascorsero la prima parte della loro infanzia.
A Londra Timothy era entrato in contatto con numerosi esuli politici italiani: Ugo Foscolo, Federico Confalonieri e Antonio Panizzi, divenuto in seguito bibliotecario della British Library.
Casa Brown fu per alcuni decenni centro della vita sociale della piccola colonia britannica genovese: tra gli ospiti più illustri, nel 1843-44, vi fu lo scrittore Charles Dickens, che nel salotto di casa Cambiaso diede in anteprima una lettura privata del suo famoso racconto Canto di Natale.
La famiglia Dickens trascorse molti mesi a Genova, in principio a Villa Bagnarello, ad Albaro, quindi a Genova a Villa Le Peschiere.
La città piacque molto allo scrittore, tanto che durante un soggiorno a Napoli scrisse: «Il famoso golfo, secondo me, come veduta, è incomparabilmente inferiore a quello di Genova, che quanto di più bello abbia mai visto. Nemmeno la città dal canto suo, è paragonabile a Genova, con cui in Italia nessuna regge il confronto, salvo Venezia».
Alla morte di Timothy Brown, dopo un breve incarico consolare a Edward Algernoon Ie Mesurier, succedette nell’ufficio consolare il figlio Montague, mentre il fratello Frederick, dopo un tirocinio presso la Banca d’Inghilterra, si dedicò a Genova all’attività bancaria e finanziaria.
Le Mesurier, oltre ad essere un abile uomo d’affari, coltivò la passione per la storia genovese: nel 1889 diede alle stampe un interessante studio intitolato Genoa, Her History as Written in Her Buildings.

Nel libro, un agile tascabile, Le Mesurier ripercorse la storia della città dall’alto medioevo fino al Risorgimento e all’Unità d’italia, colmando un vuoto nella produzione di guide storico-artistiche inglesi, assai ricche per quanto riguardava la Riviera ligure ma non il suo capoluogo.
Un altro importante settore commerciale che, sul finire dell’Ottocento, vide primeggiare a Genova alcune importanti società britanniche, fu il commercio del carbone (rimasto almeno fino alla metà degli anni ’20 del XX secolo la principale merce sbarcata in quel porto) e, qualche decennio dopo, del petrolio; vi si distinsero in particolare le ditte Fawcus, Dudly, Cory, De Grave Sells, De Thierry e Blackwell.
Anche nel settore marittimo si costituirono numerose società britanniche: nelle forniture navali ricordiamo la ditta Davidson & Rhode che operò a Genova per più di cent’anni, e la Robertson & C. ; tra gli spedizionieri ebbero successo le ditte Burton Buckley & C., Wilde, Wilson e Coe & Clerici, quest’ultima tutt’ora operativa.
In campo assicurativo dominò incontrastata la figura dell’uomo d’affari scozzese Evan Meckenzie. Giunto per la prima volta a Genova nel 1875, in vent’anni la sua società di assicurazioni divenne la più grande della città e, nel 1898, Mackenzie fu artefice e fondatore della compagnia di assicurazioni Alleanza, una società a capitale misto tedesco, italiano e inglese.
Al principio del Novecento egli era inoltre agente generale dei Lloyds di Londra a Genova e presidente della Camera di commercio inglese, fondata nel 1904. II suo nome rimane ancor oggi associato alla costruzione della sua dimora genovese, il castello Meckenzie, celebre edificio eclettico di gusto gotico-toscano, progettato da Gino Coppedè nel 1897 e realizzato sulla collina alle spalle di piazza Manin.
L’edificio, ancor oggi in buono stato di conservazione, contiene interessanti affreschi e opere di ebanisteria, mentre nella corte è custodita una grande collezione lapidaria e di maioliche toscane. Una raccolta di antiche e rare edizioni ed incunaboli della Divina Commedia, più di 300, venne donata dagli eredi dell’assicuratore Meckenzie al Comune di Genova, e oggi appartiene alla Biblioteca Berio.
La comunità britannica genovese fu particolarmente attiva anche in campo sociale e filantropico: in particolare contribuì alla fondazione, nel 1857, del futuro Ospedale Evangelico Internazionale di Genova, allora denominato Ospedale Protestante.
Questa istituzione nacque per l’interessamento di diversi ministri del culto protestante presenti a Genova: furono i pastori valdese, anglicano, presbiteriano e svizzero che, con il contributo della comunità protestante di Nizza, finanziarono il primo nucleo dell’Ospedale che ebbe sede in salita San Girolamo.

L’Ospedale, da principio, curava principalmente marittimi di lingua inglese sbarcati in città ma, progressivamente, aprì le porte dei propri ambulatori medici anche agli italiani, cambiando denominazione e divenendo, nel 1932, Ospedale Evangelico Internazionale di Genova.
Il primo medico a prestare servizio nel nuovo nosocomio fu un inglese, il dottor Millingen che, in seguito, avrebbe aperto a Nervi la Pension Anglaise, tra i primi alberghi per stranieri della delegazione.
Nervi, al volgere dei secolo, aveva iniziato ad attrarre un piccolo nucleo di residenti britannici durante la stagione invernale, tanto che sui principio del Novecento, all’interno dell’Hotel Eden, fu allestita una churchroom per le funzioni anglicane, celebrate da cappellani in vacanza a Nervi o dal cappellano di Genova.
Durante l’ultima guerra mondiale la comunità britannica genovese subì un inevitabile esodo verso la madrepatria; tuttavia non tutti gli inglesi che risiedevano in città abbandonarono Genova.
Alcune famiglie infatti erano residenti in città da più di cinquant’anni e avevano legami di parentela con famiglie genovesi.
La doppia nazionalità o la nazionalità italiana di uno dei coniugi poteva risparmiare ad alcuni di subire le pene dell’internamento in campo di prigionia. Durante la guerra i due principali luoghi di culto britannici, la chiesa di Holy Ghost in piazza Marsala e la chiesa presbiteriana di via Peschiera, vennero gravemente danneggiati dai bombardamenti alleati.
Al termine del conflitto la chiesa anglicana fu restaurata, mentre i ruderi di quella presbiteriana vennero demoliti per far posto ad un nuovo edificio.
Ancora oggi vivono a Genova i discendenti di alcune importanti famiglie britanniche che si insediarono in città nella seconda metà dell’Ottocento.
Portofino, un mondo a parte.
