Editoriali

Portofino, a World apart
24
December 2008

La fiaba di Natale: Gea di Portofino

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Portofino Sailing Boats

La casa di Gea a Portofino non era certo la più ricca, né la più elegante del paese, ma era sicuramente la più fantasiosa e la più famosa di tutta la zona. Non si trovava al centro dell’abitato, ma era sistemata in una valletta a ridosso del monte ed era celebrata ai quattro venti per una caratteristica prodigiosa: ad ogni stagione cambiava di colore, cosi, per sua natura, senza che nessuno intervenisse con pennelli e pitture. Di primavera si abbelliva con sfumature rosate e verdi teneri, d’estate assumeva le tonalità del giallo oro, in autunno si trasformava per calde variazioni di marrone ocrato, mentre d’inverno si accendeva con squilli di bianco. Erano venuti esperti da tutte le parti del mondo per fare ricerche sull’origine di quelle colorazioni, ma nessuno era riuscito a spiegare il misterioso fenomeno, se non collegandolo, molto genericamente, all’influsso del sole. Quando poi domandavano spiegazioni a Gea, una splendida ragazza di proporzioni giunoniche, con dei capelli lunghissimi che arrivavano fino a terra, riuscivano a capire ancora meno: Gea, che era una trovatella e viveva facendo servigi a chi glieli chiedeva, si era aggiustata quella casetta con le sue mani.

Aveva irrobustito le pareti di legno di una stalla con calce e mattoni; poi aveva dipinto il tutto con colori di sua invenzione, di cui non ricordava nemmeno gli ingredienti. E più si sforzava meno ricordava: le pareva una cosa accaduta tanto tempo prima, forse nella notte dei tempi, anche se aveva solo vent’anni o poco più. Così le ricerche scientifiche cessarono, ma rimase la fama che faceva accorrere gente dalle città per vedere la casa di Gea, lo splendore dei magici colori, che, oltre tutto, davano un’inspiegabile serenità a chi li contemplava. Le giornate di Gea erano sempre diverse a seconda delle stagioni: il monte di Portofino offriva infinite prospettive tra macchia mediterranea, bosco e foresta con quel mare cristallino che appariva all’improvviso; la ragazza arrestava la sua corsa per scoprire dall’alto, dietro la tramatura verde dei rami, il grande blu che la faceva fremere di gioia. Gea era conosciuta da tutti, ma aveva confidenza con una sola ragazza che si chiamava Lilly ed era considerata una specie di fatina benefica del luogo.

Spesso in coppia, la stravagante Gea, bionda e imponente, e la dolce Lilly, bruna e sottile, correvano spensierate per i boschi in gara con gli scoiattoli e si beavano dei fiori che ovunque spuntavano tra il fogliame. E li amavano tanto che mai avrebbero osato toccarli, nemmeno per fare una ghirlanda da porre sui capelli. E se incontravano i dispettosi cinghiali, si fermavano a guardarli fisso negli occhi frenando a stento le risate, finché quelli si rituffavano nel folto della boscaglia. I sentieri non avevano segreti per loro: su e giù li percorrevano in tutte le stagioni, inebriate dall’aria balsamica e dal canto degli uccelli. Ma era destino che si separassero: Lilly si era sposata e doveva accudire i figli, mentre Gea continuava a rifiutare le proposte di matrimonio di tanti ammiratori che non si davano pace. La verità era un’altra: Gea aveva un amore segreto. Si chiamava Nebrino, era figlio del signore dei venti e le aveva fatto un’infinità di promesse.

Per andare all’appuntamento, Gea partiva di notte e giungeva nel luogo prefissato verso l’alba. Si scioglieva i capelli e, mentre lasciava che Nebrino glieli scompigliasse, si voltava ansiosa in tutte le direzioni sperando di vederlo, prima o poi, in faccia. Nebrino, come suo padre, era invisibile, ma aveva giurato di rivelarsi nel giorno delle nozze. E Gea aveva finito per innamorarsi di Nebrino, che non aveva mai visto, preferendolo a tutti gli uomini che poteva guardare a suo piacimento, ma che le parevano un po’ sciocchi e meschini.

Geaaa! Geaaa! Sei qui finalmenteee! – soffiava Nebrino. Nebrino, sono qui, ma non ti vedo – rispondeva Gea.

Non senti il profumo dell’erba, che ti accarezza il volto?

Quello sono iooo…

Ti sento freddo, Nebrino. Hai il sapore della notte e il mantello ghiacciato delle sorgenti di montagna. Dove sei stato? Sono stato in alto, oltre la montagna, dalle mie sorelle nuvole. Ti conoscono e aspettano che ti porti lassù da loro: ti stanno preparando un letto meraviglioso, bianco e morbido, che io farò navigare per tutto il creato.

Ti divertirai, Gea, saprai che cosa è la vera felicità. Nessun essere umano potrà darti, nemmeno in sogno, quello che io ti prometto.

Nebrino, dici cose incredibili. Ho quasi paura e nello stesso tempo non vedo l’ora che il nostro destino si compia.

Che cosa aspettiii? – chiedeva Nebrino e intanto legava i capelli di Gea ai rami dei pini.

Ma che stai facendo? Mi vuoi tenere prigioniera? Lasciami andare. Gea fuggiva spaventata, mentre Nebrino cominciava a mugolare le sue decisioni e lei ritornava a casa, combattuta fra il timore dell’ignoto e la fantastica speranza di poter correre per il cielo a cavallo delle nuvole.

Un giorno, mentre Gea se ne stava con il naso in aria a contemplare le evoluzioni in cielo di nuvole bianche e leggere, illuminate dai raggi già un po’ obliqui del sole, arrivò tutto trafelato il messo comunale e disse: Gea, vieni subito: il sindaco ti vuole parlare. È tardi, stasera: domani mattina andrò da lui dopo il canto del primo gallo – rispose Gea continuando a fissare le nuvole. Ma no, subito! Devi venire subito, perché c’è una persona che ti vuole.., parlare – insistette il messo. E chi è questa persona che ha tanta fretta? – chiese ancora Gea senza ottenere risposta.

Si alzò, comunque
, indossò l’abito delle grandi occasioni, una lunga tunica fluttuante di colori e di veli, che la faceva sembrare una dea; lasciò cadere i capelli lungo le spalle, vi posò un leggerissimo velo, su cui aveva cucito piccoli fiori che non avvizzivano mai, indossò i sandali argentati e partì accompagnata dal messo. Quando giunse nella sala del consiglio comunale, dove c’era il sindaco con i consiglieri che parlavano con un uomo giovane e alto, tutti rimasero senza fiato a guardarla. Il sindaco di Portofino per poco non svenne per lo stupore e per la rabbia di vedere Gea così splendidamente vestita: aveva appena finito di dire all’illustre ospite che Gea era una bella ragazza, ma che era una contadina malvestita, che si guadagnava da vivere facendo, al meglio, i lavori nei campi.

Signor sindaco, – disse Gea rompendo il silenzio per prima – mi avete fatto chiamare d’urgenza. Mi sono messa un po’ in ordine ed eccomi qui. Il sindaco, ripresosi in fretta, prima che Gea potesse dire qualcosa d’imprevedibile, parlò tutto d’un fiato: Il sovrano delle Caverne d’Oro ha ormeggiato il suo panfilo nella nostra baia questa mattina dopo aver attraversato tutto il Mediterraneo: è venuto a chiedermi la tua mano. Io ho già accettato, naturalmente, e penso che potremo celebrare le nozze al più presto. Gea guardò prima il sindaco e poi il re sconosciuto che la desiderava per moglie. Era giovane e bello, ma aveva un aspetto molto sciupato, quasi sofferente. Da dove veniva quell’infelice mortale? Senza badare al sindaco, che le faceva cenno di sorridere, Gea chiese: Non ho mai sentito parlare del tuo regno, anche se qui arriva gente da tutto il mondo per vedere la mia casa. Dove si trovano le Caverne d’Oro?

Prima che il sovrano
le rispondesse, intervenne il sindaco: Maestà, come le ho già detto. Gea è una piccola selvaggia… Prima di entrare a corte, dovrà essere un po’ rieducata. Ma il giovane aveva occhi e orecchie soltanto per Gea: Il mio regno è molto lontano da qui: io posseggo un uccello di fuoco che ci trasporterà velocemente nella mia reggia, che è sotterranea, non ha finestre né balconi, ma ha tutte le pareti ricoperte d’oro. Il nostro trono sarà tempestato di pietre preziose. la tua corona, o Gea, sarà tanto splendente che nessuno potrà fissarla a lungo: tutti abbasseranno lo sguardo quando ti vedranno. La mia casa è molto diversa dal tuo regno: io sono abituata a vivere all’aria aperta. anche quando fa freddo: la mia casa ha sempre finestre spalancate di giorno e di notte. Il tuo regno, scavato nel ventre della terra, mi fa paura: senza luce, senza piante, senza animali. Come potrei vivere? Le mie caverne d’oro hanno luci artificiali, ma sfarzose. I nostri lampadari sono una delle meraviglie del regno: grandi e piccoli, costruiti con miriadi di gocce di cristallo oppure con lunghi filamenti spiraliformi o con globi giganteschi che ricordano il sole… Ma il sole non c’è – interruppe Gea. Abbiamo l’aria calda e fredda a nostro piacimento, il calore del fuoco e il ghiaccio delle alte montagne nascosti nelle pareti.

Ma il vento, che ti porta i semi della vita e mescola i profumi dei prati, non lo conoscete – commentò Gea che pensava a Nebrino. Il sindaco non resistette più: gli pareva che Gea con quelle domande offendesse l’ospite illustre, che aveva promesso favolose ricchezze per il paese e avrebbe comprato la casa di Gea con un sacchetto di diamanti grossi come noci. Ma ti rendi conto di quale fortuna ti è capitata? Senza rispondere Gea si rivolse al giovane sire: Come mai sei venuto da tanto lontano per me, soltanto per me? Chi ti ha parlato della mia casa, che è così diversa dalle tue Caverne d’Oro? Noi possediamo degli strumenti che, come occhi dalla vista prodigiosa, possono vedere in qualsiasi parte del mondo. Nel mio regno, nonostante le immense ricchezze, sono triste, senza salute e senza gioia di vivere.

Una volta, guardando con il mio occhio magico, ti ho vista e ho scoperto anche la tua casa, i colori di questo luogo meraviglioso: mi sono sentito subito più lieto. Così è accaduto anche nei giorni seguenti, finché ho capito che con te vicino avrei potuto essere felice e sano. Di tanto in tanto, appena mi sarà possibile, ritorneremo in questo paese stupendo, Portofino, e dormiremo nella tua casa con le finestre aperte di giorno e di notte. Gea sentiva compassione per quel povero re che possedeva tutto l’oro del mondo e mendicava un po’ di felicità. Ma non lo amava. Insomma – disse il sindaco di Portofino, preoccupato per il silenzio imbarazzante che era sceso nella sala – decido io per tutti.

Domani ci saranno le nozze: Sua Maestà ha portato con sé quanto si può desiderare per il più fastoso dei matrimoni. Al banchetto nuziale penseremo noi: la cerimonia si svolgerà un’ora prima del tramonto e la festa andrà avanti per tutta la notte. Non posso decidere in questo momento. Ci devo pensare – disse Gea turbata. Non ti pentirai, Gea, di queste nozze. Il mio regno è tuo, la mia vita è nelle tue mani – aggiunse il giovane. Domani andrà tutto per il meglio. Le stelle in cielo promettono una giornata serena e senza vento – concluse il sindaco. Ciascuno aveva parlato per suo conto, senza badare a quello che gli altri dicevano e pensavano. Gea ritornò a casa, accompagnata da un numeroso stuolo di guardie del re, come si conveniva ad una futura regina.

Si tolse l’abito e il velo, e si sdraiò sul letto vicino alla finestra spalancata. Una calma assoluta vegliava sul sonno di tutte le creature. Gea se ne stava muta, ma nel silenzio chiedeva consiglio alla luna, che amorosamente le chiuse gli occhi con un sonno profondo. Ma nel mezzo della notte Gea si svegliò di soprassalto: un colpo di vento improvviso aveva fatto sbattere contemporaneamente tutte le finestre. Gea tese l’orecchio, mentre il cuore le batteva. Un’altra folata di vento fece scricchiolare le assi del tetto. Pareva crollasse. E poi fu davvero il finimondo. La porta cominciò a tremare, i chiavistelli a gemere, gli alberi a fischiare, gli uccelli a schiamazzare: scoppi, crepitii, rimbombi, fragori, ululati si alternavano a minacciosi momenti di tregua.

Mancava l’ultimo tocco. Nebrino in persona schiantò la porta con un soffio e si palesò finalmente in tutta la sua forza a Gea, che tentava invano di trattenere i capelli con le mani. L’indomani mattina al paese tutti cercavano di riparare i guasti del vento. Nessuno aveva chiuso occhio per tutta la notte, specialmente il sindaco di Portofino, che temeva per il buon esito della cerimonia nuziale. Ma pensava di rifarsi con i regali di nozze e con i diamanti del re. Il sovrano, invece, non aveva sentito niente: era forse l’unico in tutta Portofino a non aver subito danni per il vento. Infatti, con la sua piccola corte aveva dormito in uno degli Alberghi di Portofino più famosi nel mondo e parte nelle cantine del municipio, dove anche i topi se ne erano stati fermi per evitare complicazioni. A mezzogiorno il corteo con gli abiti e i doni nuziali per la sposa era già in marcia: alla testa il sindaco e i notabili del paese; poi il giovane promesso sposo e dieci guardie del corpo con l’armatura d’oro. Seguivano cento valletti portando i doni: l’abito di nozze bianco, ricamato con brillanti e perle, il velo tutto d’argento tessuto con fili sottilissimi e leggeri, un diadema che non era possibile fissare, sotto il sole, a occhio nudo. Mancavano soltanto i fiori. Nessuno, né lo sposo che non li conosceva, né il sindaco, né altri avevano pensato ai fiori per la sposa.

Il corteo arrivò alla casa di Gea e si fermò davanti alla porta, che era aperta, anzi non c’era più. Il sindaco di Portofino si mise a chiamare Gea, poi pensò che non era il caso di rivolgersi ad una regina in quel modo: mandò un valletto. Questi tornò dicendo di non aver trovato nessuno. Così fece un altro e poi un altro ancora. Alla fine, dopo aver cercato sopra e sotto per tutta la casa, si convinsero che Gea non c’era e che era scappata via per non sposare il sovrano delle Caverne d’Oro. A nessuno venne in mente di sollevare gli occhi in alto, lassù dove le nuvole corrono per il cielo e scherzano col sole: Gea e Nebrino erano là che salutavano gioiosamente.

Portofinoun Mondo a parte.

Libro Mosaico, la Liguria fiaba per fiaba di Clara Rubbi

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