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Tra i suoi tanti ricordi Gotta amava raccontare la sua prima a Portofino.
“Ero a Santa Margherita in visita a Pastonchi e al maestro Giordano; nel pomeriggio si decise di fare una passeggiata e, conversando, arrivammo sin dopo Paraggi. Lì uno dei due si fermò per dire: “dopo quella punta c’è un villaggio di pescatori, Portofino, non vale la pena di arrivare fino a là, possiamo tornare“.
Passò qualche tempo, questa volta Gotta venne a Portofino invitato allo Splendido da Raffaele Calzini, già giornalista famoso del Corriere della Sera, e qui ebbe inizio l’innamoramento di Gotta, perchè tale fu, per la splendida Portofino.
Affittò una casa, il San Martino, che è una villa subito dopo il Piccolo Hotel, dove già aveva soggiornato Hauptmann, il drammaturgo tedesco che abbiamo già ricordato.
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Cesare Esposito, nato a Napoli, degno erede artistico di Vincenzo Gemito, di Gaetano Esposito e di Edoardo Dalbono, visse e lavorò molto in Liguria e, in particolare, a Santa Margherita Ligure.
Come scrisse il suo estimatore e amico Enzo Cochetti: Cesare Esposito è un pittore completo; i suoi mezzi sono efficacissimi, la sua tecnica perfetta, le sue possibilità infinite.
Umile contemplatore della natura egli trovò nella riviera ligure la fonte inesauribile della sua attività. Marine deliziose, dense e giuste di toni, tagliate con gusto, sostenute con efficaci contrapposti di luci e di ombre; paesaggi liguri di modi larghi, compendiosi, d’osservazione esatta.
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Non è assolutamente possibile non ricordare Francesco Petrarca fra gli illustri ospiti della Costa di Portofino e della Cervara di Santa Margherita Ligure.
Sembra che Guido Scetten, l’arcivescovo di Genova, umanista, studioso che, come già ho ricordato, aveva l’animo di poeta e aveva deciso di trascorrere la maggior parte del suo tempo in quella splendida località cara requies mea e lo aveva perfino eletta come luogo della sua sepoltura, lo abbia invitato alla Cervara nel 1363.
Petrarca e Scetten avevano studiato entrambi ad Avignone. L’amicizia fra il grande poeta e l’arcivescovo Scetten è documentata dalla confidenziale espressione del Petrarca nei suoi confronti.
Lo chiamava “il mio Guido” ed è quindi possibile che abbia poetato e conversato con lui o passeggiando nel cenobio, o sul balcone che dominava il mare con bella vista sulla penisoletta di Portofino.
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Francesco I, il re succeduto nel 155 a Luigi XII, scese nel settembre dello stesso anno in Italia per riscattare il ducato di Milano sottratto due anni prima alla Francia, in seguito alle vittorie della Lega Santa voluta dal papa Giulio II.
Sconfitto Massimiliano Sforza a Melegnano, il diciannovenne sanguigno e ambizioso re, divenuto padrone di una delle regioni più ricche e importanti del Nord italia, ritenne giunto il momento propizio per candidarsi alla corona imperiale.
Sulla scena europea era però apparso un altro giovane, Carlo V che aveva ereditato dal padre Filippo d’Asburgo le Fiandre e la Franca Contea e dalla madre Giovanna la Pazza, figlia di Ferdinando il Cattolico e d’Isabella di Castiglia, il regno di Spagna.
Francesco I e Carlo V, due nomi che rimangono nella mente di qualsiasi studente, anche del meno amante della maestra della vita, per la grande importanza che hanno avuto nella storia.
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Pesanti e lenti erano i passi della grossa donna, stranamente paludata, che la mattina dei 24 aprile 1945, accompagnata da un’altra magrolina, saliva faticosamente il sentiero che dal Castello S. Giorgio porta alla fortezza di Portofino, sede della Komandantur tedesca.
Il momento era drammatico.
Tutti sapevano che Portofino era stata minata e che, in caso di ritirata, il porto doveva essere fatto saltare. Ora l’ordine di ritirata era arrivato. La vecchia signora era la baronessa von Mumm, nella foto al centro il marito, vedova dell ‘ambasciatore tedesco in Oriente che creò una leggenda con il famoso champagne, che non usciva mai dal Castello.
Si era mossa però quel giorno d’aprile per tentare in extremis di far desistere il comandante dall’esecuzione dell’ordine di distruzione.
Alfons e Jeannie von Mumm erano arrivati a Portofino nel 1910.
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Don Giovanni d’Austria, figlio naturale di Carlo V, fu il grande ammiraglio che nel 1571 sconfisse a Lepanto la flotta turca. Oltre ai Veneziani, ai Genovesi e ai Pontifici ebbe come alleati i venti, prima il maestrale che spinse le sue galee contro quelle nemiche, poi lo scirocco che impedì alle musulmane di attaccare.
Non altrettanto fortunato con il vento fu, tre anni dopo nel 1574, quando, per incarico del Re Cristianissimo Filippo Il, suo fratellastro, doveva recarsi da Napoli a Genova per sedare i contrasti sorti fra la nobiltà vecchia e quella nuova per il governo della città.
Fu bloccato infatti dal vento contrario a Portofino e fu ospite della Cervara con onorevoli accoglienze.
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Maria de’ Medici, figlia del defunto granduca di Toscana Francesco I de’ Medici, aveva ventisette anni quando la ragion di stato determinò Ferdinando, suo zio, a concederla in matrimonio al quarantasettenne Enrico IV di Borbone, re di Navarra (dal 1572) e di Francia (dal 1579).
Papa Clemente VIII aveva annullato il primo matrimonio del re con Margherita di Valois perché quest’ultima, che peraltro, non era riuscita ad avere figli, confessò di averlo contratto per forza.
Sposata con il re di Francia a mezzo della procura de Bellegarde, ambasciatore a Firenze, dal cardinal Pietro Aldobrandino, nipote del Papa, Maria s’imbarcò il 13 di ottobre a Livorno su di una superba galea scortata da altre sei del granduca, cinque del pontefice e due dei Cavalieri di Malta.
Le galee trovarono vento scarso e non favorevole; dovettero prima dirigersi verso l’isola della Gorgona e poi puntare sul levante della costa ligure.
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Il grande predicatore gesuita, originano di Nettuno, era considerato in tutta l’Italia una personalità carismatica di grande rilievo.
Infatti le sue predicazioni avevano un successo incredibile in quei tempi in cui l’Italia sonnacchiosa non aveva stimoli e stava vivendo un periodo di decadenza.
La missione spirituale era quella di dare uno scopo alla vita umana e la folla lo venerava a tal punto che, fanaticamente, voleva procurarsi sue reliquie, tagliando pezzi delle sue vesti o schegge dei mobili su cui era stato seduto o erano state appese le sue vesti.
Padre Paolo Segneri fu cercato dal Senato Genovese e invitato nella Superba nel 1688.
Proveniente dal Granducato di Toscana egli, raggiunta Lerici, partì sabato 24 aprile per Genova ma, all’altezza del promontorio si levò un forte vento di ponente che impedì al veliero di proseguire.
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