La Storia e le Leggende

Portofino, a World apart
30
April 2009

La Baronessa von Mumm salvò Portofino

portofino-von-mumm-remembering

Pesanti e lenti erano i passi della grossa donna, stranamente paludata, che la mattina dei 24 aprile 1945, accompagnata da un’altra magrolina, saliva faticosamente il sentiero che dal Castello S. Giorgio porta alla fortezza di Portofino, sede della Komandantur tedesca. Il momento era drammatico.  Tutti sapevano che Portofino era stata minata e che, in caso di ritirata, il porto doveva essere fatto saltare. Ora l’ordine di ritirata era arrivato. La vecchia signora era la baronessa von Mumm, nella foto al centro il marito, vedova dell ‘ambasciatore tedesco in Oriente che creò una leggenda con il famoso champagne, che non usciva mai dal Castello.

Si era mossa però quel giorno d’aprile per tentare in extremis di far desistere il comandante dall’esecuzione dell’ordine di distruzione.  Alfons e Jeannie von Mumm erano arrivati a Portofino nel 1910.

Avevano acquistato il Castello S. Giorgio, davanti alla chiesa dallo stesso nome, sull’istmo della penisola, dal proprietario precedente, Stephen Leach. Il caseggiato era decorato a striscioni bianchi e neri, simbolo e privilegio dei Doria, Spinola, Fieschi e Grimaldi. Sulla facciata campeggiavano a grandi caratteri, e tuttora campeggiano, dei versi latini di Catullo sulla felicità di chi stanco ritorna a casa deponendo il peso della mente e del viaggio.

Già nel 1886 Portofino era stata meta di un tedesco illustre, il principe Federico Eugenio, ospite con la moglie Maria Vittoria dei Carnarvon, che misero a sua disposizione la Villa Alta Chiara. 

Uomo di animo nobile e mite, con molti interessi culturali, appassionato di viaggi, dovette suo malgrado occuparsi di guerra e combatté valorosamente e vittoriosamente a Sadowa contro l’Austria e a Sédan contro i francesi. Era venuto a Portofino sperando che il clima mitigasse un male che lo aveva colpito al laringe e che lo portò alla tomba due anni dopo. Così Federico Eugenio sopravvisse un solo mese al padre Guglielmo I e fu imperatore per pochi giorni. Gli successe il figlio Guglielmo II, che nel 1914 venne a sua volta a Portofino, ospite dei Mumm a Castello S. Giorgio con la moglie Augusta Vittoria, figlia della defunta regina d’Inghilterra.

Alfons von Mumm, fotografo dilettante, lasciò un’ampia documentazione di questa visita festosa, pubblicata in un bel volume, «La mia casa ligure» («Mein ligurisches Heim»), edito a sue spese a Berlino nel 1915. Vi si parla anche delle bellezze naturali e storiche delle cittadine del Levante, e di gite sul motoscafo «Lucciola» che riporta i villeggianti da Sestri Levante nel tramonto: I raggi morenti del sole calante, che scende al riposo dietro la penisola di Capodimonte dai netti contorni, ci avverte che anche per noi è ora di tornare a casa. La brezza serale rinfresca mentre passa sul golfo. Il «Lindwurm» si culla allegramente sopra le onde e invita al viaggio. Nella notte che scende, in cui milioni di insetti tracciano collane di fuoco nell’aria, in cui la schiuma sollevata dalla chiglia della barca brilla come diamanti liquidi, in cui le stelle del cielo splendono su di noi tanto più chiare ma anche tanto più tranquille che nel Nord, la barchetta ci riporta alla mia casa ligure. 

Il Barone dovette di lì a poco tornare in Germania a causa della guerra, e qui morì durante il conflitto in seguito a una malattia epatica di cui venne incolpata (forse ingiustamente) una cantina ricca di vini pregiati e rari che egli aveva amorevolmente raccolti e generosamente consumati nel corso degli anni. Al ritorno a Portofino nel dopoguerra, la Baronessa si era vendicata con una crudele strage degli innocenti: le superstiti preziose bottiglie volarono dalle finestre del Castello fino a spaccarsi sulla scogliera sottostante. Jeannie Watt era nata in Scozia, ad Aberdeen, dove aveva studiato. Bella e stravagante, nel pieno della giovinezza si era trasferita a Berlino ed era entrata nel giro dei von Bismarck, familiarizzandosi con l’ambiente militare prussiano dei primi del secolo. Lo aveva trovato congeniale, tanto da naturalizzarsi tedesca ancora prima di sposare Alfons von Mumm, che faceva parte di quel mondo. Fu un matrimonio felice. Per anni la coppia visse a Berlino.  Poi, stanchi del ticchettio degli sproni, dello sbattere dei tacchi, dei monocoli incastrati nell’orbita, dei knix delle adolescenti biancovestite e delle divise feldgrau, i due si erano ritirati a Portofino, rendendo onore alla scritta di Catullo sulla facciata della loro casa.

Passarono gli anni. 

Von Mumm era morto, i tedeschi avevano perso la guerra, il tempo aveva tolto alla Baronessa l’avvenenza e lo smalto. La vedova, sola a Portofino, divenne sempre più solitaria e più eccentrica. Arredò alcune sale del Castello con sfumature Cina, circondandosi di gatti, ricevendo rare amiche, fra cui la dottoressa Elfriede Antze Bacigalupo che la curava. Era fedelmente assistita da Fraulein Wolf, e fu appunto con questa che compì nel 1945 il suo pellegrinaggio alla Kommandantur.  A capo della guarnigione era un tenente delle SS, Ernst Reimers, comandante della polizia costale di zona, che aveva personalmente ricevuto l’ordine di far saltare il porto prima di ritirarsi. Reimers era arrivato a Portofino pochi giorni dopo l’8 settembre 1943, quando le truppe tedesche assunsero il potere in tutto il territorio italiano non occupato dagli Alleati.

Loro scopo era tenere gli eserciti nemici lontani dalle frontiere tedesche, rendendo loro ardua la salita della penisola. Così, a guerra ufficialmente finita, era incominciato per gli italiani il periodo più duro. Sensibilissimi ai venti contrari, essi avevano capito da più di un anno che la guerra era perduta, ma si trovarono in mezzo a truppe tedesche decise a tutto, con l’ordine e l’intenzione di combattere fieramente, che per prima cosa disarmarono i residui e disorganizzati corpi dell’esercito italiano. Fu un momento di grande disorientamento, ma quando i tedeschi chiesero di continuare a combatter con loro e il ricostituito governo fascista di Salò cominciò addirittura a chiamare alle armi nuove classi, molti preferirono darsi alla macchia. Così si costituirono lentamente le formazioni partigiane che, organizzate da gruppi politici antifascisti, sostenute dagli Alleati e aiutate dalla popolazione, compirono continue azioni di disturbo e sabotaggio alle truppe germaniche, provocando feroci rappresaglie.

Accanto ai tedeschi rimanevano le superstiti frange fasciste che per diversi motivi fecero la scelta di restare fedeli all’alleato germanico e alla nuova Repubblica di Salò. In questo periodo di incertezza Reimers stabilì la Kommandantur prima all’Albergo Nazionale e poi al Castello Brown, e iniziò lavori di fortificazione con gallerie, reticolati e campi minati, servendosi del lavoro coatto di ogni persona valida. Cominciarono così le defezioni, gli imboscamenti, i rastrellamenti e tutto ciò che divenne nostro pane quotidiano sino alla fine della guerra. Ricordo che nell’estate del 1944, in seguito all’uccisione di due alpini, avvenuta alla Cervara, i fascisti fecero una retata di notabili di Rapallo, una dozzina, che dovevano essere fucilati per rappresaglia. Io fui fra i malcapitati.  Mi trovavo all’ambulatorio dell’organizzazione Todt (che faceva i muri antisbarco in tutta Italia), all’Hotel Moderno, e qui fui prelevato da due soldati e portato con gli altri al Tirasegno nazionale. Con me c’era un Costa, un gioielliere di Milano, Calderoni, che abitava alla villa Towsenda, Towsenda stesso, il direttore del Banco di America e altri.

Sarà stata l’incoscienza della gioventù ma sul momento non realizzai, non sentii paura. E dire che come luogo il Tirasegno non prometteva bene.  Fummo trattenuti tutto il giorno; poi alle nove di sera, quando già mi avevano portato una sdraio per passare la notte, venne l’ordine di rilasciarci. Prendemmo la carrozza per tornare in città e andammo a bere qualcosa al Bar Castello, il cui proprietario era stato fra gli arrestati. Cose così erano di normale amministrazione. Reimers non aveva certo la mano leggera.  Sotto la sua gestione avvennero arresti e deportazioni, sovente su delazione italiana. La signora Valdameri, proprietaria della villa poi di Mondadori, fu deportata a Dachau perché amica di Badoglio e non tornò più. Ma il fatto più drammatico fu la strage dell’Olivetta, a Portofino. Circa venticinque giovani (il numero esatto non si seppe mai), incarcerati a Marassi e altrove per motivi politici o perché renitenti alla leva, furono prelevati dai miliziani delle brigate nere, portati di notte sulla spiaggetta dell’Olivetta, fucilati e affondati con pesi.

Non si sa se soldati tedeschi partecipassero all’eccidio, perché tutto avvenne nel buio e senza testimoni. Certo è che Reimers era il comandante e non poteva ignorare quello che avveniva nella sua giurisdizione. Perciò il tenente era tutt’altro che malleabile e la missione della Baronessa quasi disperata. Nessuno sa quello che la Baronessa gli disse quel giorno, perché il colloquio si svolse a quattr’occhi, ma pare che essa abbia parlato maternamente cercando di far vibrare le corde della coscienza e dei sentimento. Come poteva a guerra ormai evidentemente perduta distruggere inutilmente uno degli angoli più belli dei mondo ai danni di una popolazione che non gli aveva mai fatto del male, fra cui anzi aveva trovato una fidanzata, Silvia Gazzolo?  Con questi argomenti la von Mumm riuscì a inceppare quel rapporto automatico fra ordini superiori ed esecuzione acritica che è legge fondamentale di ogni esercito e di quello tedesco in particolare. Secondo una versione, Reimers non promise nulla, anzi ribadì alla Baronessa l’ingiunzione di abbandonare il Castello di S. Giorgio entro una certa ora all’indomani, se non voleva saltare in aria con Portofino. Tuttavia, la mattina successiva, quando il tenente sfilò lungo la discesa con la sua guarnigione per lasciare la cittadina, la Baronessa era alla finestra dei castello, inamovibile, a ricevere con fermezza il saluto sorpreso e deferente del militare. Dunque la decisione rimase forse sospesa fino all’ultimo, e fu addirittura con il coraggio fisico che la von Mumm risolse la situazione. 

Comunque sia, il miracolo avvenne, e Reimers partì lasciando Portofino intatta e portando via come ostaggio volontario la sua ragazza. Fu la salvezza di Portofino, ma anche la sua, perché preso prigioniero poche settimane più tardi nella pianura padana e inquisito come tutti gli ufficiali di polizia per crimini di guerra, e valere a sua difesa il rifiuto di eseguire l’ultimo assurdo ordine. Ne diede atto alla Baronessa in una lettera scritta dalla prigionia in cui la ringraziava dì averlo persuaso quel mattino del 24 aprile 1945.

Jeannie Von Mumm
1866 – 1953 

Portofino, un Mondo a parte.